24 maggio 2018


Franco Fabbri e Mirko Puglisi presentano questa sera in forma di prova aperta Radio Sessantotto (Una radio che non esisteva) a Milano presso La Casa di Alex. In programma musiche di Stormy Six, Enzo Jannacci, Paolo Conte, Paolo Pietrangeli, Léo Ferré, Beatles, Rolling Stones, The Kinks, Bob Dylan, David Bowie e altri. Radio3 Suite ne ospita in queste settimane una estesa versione radiofonica in quattro puntate.

"Radio Sessantotto: una radio che non esisteva. Quante volte abbiamo pensato: “Ah, le canzoni degli anni Sessanta: belle, semplici, trascinanti. Se avessimo oggi delle canzoni così!” E il sottinteso è che se qualcuno fosse ancora capace di farne, di canzoni come quelle, il mondo sarebbe diverso. Fausto Amodei, uno dei primi e più fecondi cantanti e autori politici italiani, scriveva in una sua canzone del 1960, a proposito della chitarra che gli era stata rubata: “... era alle volte estremista, e la sua grande ambizione era di accompagnare la musica della rivoluzione.” Sì, molti – non solo la chitarra “rapita” di Amodei – hanno avuto quell’ambizione. Ma forse le cose non stanno proprio in quel modo. Ce ne siamo accorti lavorando sulle canzoni del 1968, stabilendo innanzitutto il principio di scegliere canzoni che fossero in vita in quell’anno, o poco prima, o poco dopo, escludendo quindi di disperderci nel decennio del “lungo Sessantotto”. Abbiamo poi pensato di lavorare su canzoni appartenenti a generi diversi e a diverse culture, includendo non solo canzoni politiche e inni di piazza, ma anche la produzione pop-rock, i cantautori, la chanson à texte. Ci siamo immaginati un contenitore “impossibile”, contro la realtà storica, una radio che nel 1968 trasmettesse tutte quelle cose, una in fila all’altra: perché allora le radio di Stato non avrebbero mai trasmesso le canzoni politiche, e le stazioni pirata (che diffondevano il pop-rock) non avrebbero messo in onda le canzoni di Paolo Conte (all’epoca un autore sconosciuto) o di Léo Ferré, e tantomeno di Paolo Pietrangeli. Così è nata la scaletta del nostro concerto. E man mano che cercavamo di riappropriarci di quelle canzoni, di farle nostre, ci siamo resi conto che erano accomunate da una strana vibrazione, che percorreva (e tuttora percorre) canzoni d’amore affettuose o desolate, canzoni battagliere, pezzi agitati o sognanti ai confini (mobili, soprattutto nel 1968) fra pop e rock. Perché, abbiamo concluso, non sono le canzoni che fanno la rivoluzione, ma è la rivoluzione che fa le canzoni."